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DANTE INCONTRA BEATRICE

61. Mentre ero spinto rovinosamente verso la valle,
davanti agli occhi mi apparve uno, che in quel vasto
silenzio appariva come un’ombra evanescente. 64.
Quando lo vidi in quella grande solitudine, «Abbi
pietà di me» gli gridai, «chiunque tu sia, ombra o
uomo vivo!». 67. Mi rispose: «Non sono un uomo,
ma lo fui un tempo. I miei genitori furono lombardi,
ambedue nativi di Mantova. 70. Nacqui sotto Giulio
Cesare, seppur troppo tardi [per conoscerlo], e vissi
a Roma sotto il buon Augusto al tempo degli dei fal-
si e bugiardi. 73. Fui poeta e cantai [le imprese] di
quel giusto figlio di Anchise (=Enea), che da Troia
venne in Italia, dopo che la superba città fu incendia-
ta. 76. Ma tu perché ritorni a tanto affanno (=nella
selva)? Perché non sali il dilettoso monte, che è ini-
zio e causa di tanta gioia?». 79. «Sei tu quel Virgilio
e quella fonte che spande un fiume così abbondante
di parole?» gli risposi a fronte bassa per la vergogna.
82. «O decoro e luce degli altri poeti, concèdimi il
tuo aiuto in nome del lungo studio e del grande amo-
re, che mi hanno fatto cercare le tue opere. 85. Tu
sei il mio maestro e il mio autore. Tu sei il solo da
cui appresi lo stile tragico, che mi ha dato la fama.
88. Vedi la bestia che mi ha fatto volgere indietro.
Aiùtami, o saggio famoso, perché essa mi fa tremare
le vene ed i polsi!» 91. «A te conviene (=tu dovrai)
prendere un’altra strada» rispose dopo che mi vide
in lacrime, «se vuoi uscire da questo luogo selvag-
gio. 94. Questa bestia, che ti costringe a chieder aiu-
to, non lascia passare alcuno per la sua strada, ma lo
ostacola tanto che lo uccide. 97. Ed ha una natura
così malvagia e cattiva, che non soddisfa mai la sua
sconfinata ingordigia e che, dopo mangiato, ha più
fame di prima. 100. Molti sono gli animali con cui si
accoppia e ancor di più saranno in futuro, finché ver-
rà il Veltro, che la farà morire con dolore. 103. Que-
sti cercherà non terre né denaro, ma sapienza, amore
e virtù, e la sua origine sarà tra feltro e feltro. 106.
Sarà la salvezza di quell’umile Italia, per la quale
morirono uccisi la vergine Camilla, Eurialo, Niso e
Turno. 109. Questi la caccerà da ogni città, finché
l’avrà rimessa nell’inferno, da dove la fece uscire
l’invidia [del serpente verso Adamo ed Eva]. 112.
Perciò per il tuo bene penso e giudico che tu mi
debba seguire: sarò la tua guida. Ti trarrò di qui at-
traverso il luogo eterno (=l’inferno), 115. dove udrai
le grida senza speranza [dei dannati] e vedrai gli spi-
riti sofferenti degli antichi, che invocano la seconda
morte (=quella dell’anima, cioè l’annichilimento to-
tale). 118. Vedrai coloro che sono contenti di stare
nel fuoco [del purgatorio], perché sono sicuri di an-
dare, prima o poi, fra le genti beate.

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IL SOMMO POETA

Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobiltà fiorentina. Il suo primo e più importante maestro di arte e di vita è Brunetto Latini, che in questi anni ha una notevole influenza sulla vita politica e civile di Firenze. Dante cresce in un ambiente “cortese” e stringe amicizia con alcuni dei poeti più importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia.

Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nell’opera del nostro poeta), a cui Dante è legato da un amore profondo e sublimato dalla spiritualità stilnovistica. Beatrice muore nel 1290. Dopo questa disgrazia Dante vive un momento di crisi. Dante, a partire dal 1295, entra attivamente e coscientemente nella vita politica della sua città.

La sua carriera politica raggiunge l’apice nel 1300 quando Dante, guelfo di parte bianca, viene eletto priore (la carica più importante del comune fiorentino): il poeta è un politico moderato, tuttavia convinto sostenitore dell’autonomia della città di Firenze, che deve essere libera dalle ingerenze del potere del Papa . L’anno successivo, il papa Bonifacio VIII decide di inviare a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con l’intenzione nascosta di eliminare i guelfi bianchi dalla scena politica. Il poeta non ritornerà mai più nella sua città natale, è condannato ingiustamente all’esilio.

Iniziò un pellegrinaggio per l’Italia. Prese contatto con Bartolomeo della Scala a Verona e con i conti Malaspina in Lunigiana, e tra il 1304 e il 1307 compose il Convivio (poi rimasto interrotto) per acquisire meriti di fronte all’opinione pubblica (per lungo tempo coltivò l’illusione di poter essere richiamato nella sua città come riconoscimento della sua grandezza culturale). Appartiene allo stesso periodo il De Vulgari Eloquentia. Col passare degli anni Dante iniziò a vedere il suo esilio come simbolo del distacco dalla corruzione, dagli odi e dagli egoismi di parte. La denuncia e il tentativo di indirizzare di nuovo l’uomo verso la retta via sono per lui l’ispirazione di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia.

Muore a Ravenna nel 1321.

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